Archivio

oggi
--- 2006 ---

Bottoni

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami

Call me!


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte


giovedì, agosto 31, 2006

// 4 this week



postato da: RedmondBarry alle ore 11:49 | link | commenti (2)
categorie:

// settembre (post frignato con voce stridula)

Ho mal di testa e l'umore nero. Giovedì mattina è iniziato come peggio non poteva iniziare. E' iniziato già morto. Finito. Non avevo nessun motivo per alzarmi dal letto, tanto quanto era disperata e frustrata la mia voglia di addormentarmi la sera prima. Ma lo spleen settembrino è iniziato con qualche giorno di anticipo e quest'anno si preannuncia molto più doloroso degli anni passati. Non imparerò mai a conviverci, non imparerò mai ad alzare la testa gonfia oltre il sudario biancastro di settembre, la sua luce spettrale del tardo pomeriggio, il buio inutilmente caldo e la sgradevole sensazione di trovarsi di fronte ad una salita escheriana: ciclica. In cima alla salita non inizia la discesa ma un'altra salita e poi un'altra. Senza soluzione di continuità. A settembre mi addormento stanco di niente e mi sveglio spossato. Perchè settembre è lontano da tutto: lontano dalla sempre delusa aspettativa estiva, dal plasticoso sollievo natalizio e dall'allergica felicità primaverile. E a settembre c'è il mio compleanno. Una volta, quando ero bambino, mi piaceva il compleanno: l'attesa dei regali, la mamma che mi svegliava con un bacio per farmi gli auguri, i compagni di classe che mi tirano le orecchie, a volte una festa con gli amici. Era bello il compleanno quando ancora volevi crescere. Adesso il compleanno è un rito imbarazzante, lo so che è cinismo retorico e vagamente à la Ian Curtis chiedersi che cosa ci sia da festeggiare se non un ulteriore deperimento delle nostre potenzialità e gioia di vivere. Tanto per fare un esempio molto prosaico l'apice del fervore sessuale un ragazzo lo raggiunge a 19 anni. 4 anni fa. Penso che sia un'approssimazione affidabile della parabola tracciata dalla felicità di una persona. A 19 anni hai finito il liceo, nessuno che ti dice di fare i compiti e ti fa la ramanzina se non hai studiato, puoi dormire fino a tardi senza falsificare la firma dei tuoi, uscire il venerdì sera e iniziare a prendere una strada davvero tua. Cazzo a 19 anni ti senti un dio! Ma a me è bastato decisamente poco perchè questa euforia svanisse. Dopo l'ennesimo sabato mattina con la testa he ti scoppia, dopo l'ennesimo senso di colpa per una lezione saltata, dopo un'altro esame rinviato. Ma sopratutto dopo aver capito che la tua strada non è sempre quella che scegli e cambiare marcia e corsia non è sempre semplice. Mi piacevo una volta, non mi piangevo addosso così. La smetto.

Listening to: Leonard Cohen (che non aiuta)

postato da: RedmondBarry alle ore 11:29 | link | commenti
categorie: racconto, lamenti
venerdì, agosto 25, 2006

//  ut

Curioso come funziona il cervello. Mi immagino il Dipartimento della memoria come il casellario di Brazil, con tanti solerti funzionari che si spostano da una sezione all'altra con lunghe scale con le ruote e cercano, ripongono, ricercano, si intrecciano e fanno casino, mischiano un ricordo con l'altro, ne buttano via qualcuno di importante e ne tengono uno totalmente insignificante. Mi vedo il mio schedario su Cinema e Musica perfettamente funzionante, oliato e indicizzato, con i migliori impiegati dell'azienda, in giacca e cravatta sempre sorridenti e atletici e pronti a reperire ogni informazione archiviata in tempi da competizione. Ci sono poi gli addetti agli impegni e alle ricorrenze fermi in mezzo al corridoio che collega le orecchie alla sezione Cose Da Fare che si chiedono come cazzo fanno ad avere un'altro foglio bianco in mano. Seduti e grassocci i lavoratori del reparto Studio e Esami Impellenti sono drammaticamente sottonumero: erano stati stati assunti molti operai altamente qualificati in questa sezione ma sono stati subito riassegnati dove c'era il vero lavoro, alla sezione Cinema e Musica e così qui sono rimasti in pochi e tutti fuori allenamento: ogni volta che c'è un lavoretto da fare sudano, sbagliano e si incasinano. E poi ci sono quelli del reparto nomi e facce, i più giovialoni, tutto il giorno a fare casino, a bere, a farsi scherzi e ad incasinare tutte le carte possibili. Così che quando c'è da associare un nome ad una faccia non si trova mai il documento giusto o quando lo trovano è talmente sporco di birra e senape che è diventato illeggibile.Simpatici, ma alla lunga fastidiosi.
E immagino che ci sia anche un'altro reparto, infilato in uno stanzino più piccolo, con le pareti coperte da una vecchia carta da parati azzurra. Non ci sono schedari nei Ricordi Infantili ma scatoloni con i bordi arrotondati e un vecchio impiegato che di tanto in tanto li apre per togliere un po' di polvere e vedere che niente sia sparito. Un lavoro tranquillo quello del vecchio, potrebbe farlo uno degli altri impiegati nei ritagli di tempo ma ormai tutti si sono affezionati a lui e così continua a lavorare qua con i suoi modi lenti e gentili anche se inizia a perdere qualche colpo. Giusto questa mattina, mentre avevo ordinato agli impiegati nei Ricordi Maniacalmente Inutili di portarmi il risultato di un Genoa-Sampdoria di qualche anno fa si presenta lui con una scatola piena di polvere, me la lascia sulla scrivania, sorride e se ne va. E' una scatola archiviata più di venti anni fa e dentro ci sono visi, voci e odori di una coppia di signori sulla sessantina, sono quelli che per i primi tre anni della mia vita sono stati i miei vice nonni. Abitavano nell'appartamento sopra mia nonna, a Sestri, e quando ancora non andavo all'asilo i miei mi lasciavano da loro prima di andare a lavorare e mi accudivano come se fossi stato il loro nipote. Doriani fino al midollo, me lo ricordo perchè in questa scatola c'è una sciarpa dell Samp, nascosta in fondo in fondo ovviamente. Davano per scontato che sarei diventato un bravo doriano mi vestivano di blucerchiato dalla testa ai piedi e mi cantaavano i cori della gradinata sud sperando in un condizionamento che operasse nel subconscio di un bambino di due anni. Che delusione gli ho dato quando, unico nella mia famiglia, ho deciso che preferivo gli altri colori e sono definitivamente diventato un tifoso genoano, tifoso del nemico. Sono più di dieci anni che non li vedo e non so neanche se sono vivi. Da quando mia nonna è morta non sono più andato a trovarli.
Guardo nella scatola, frugo in cerca di qualcosa, ci deve esere, non possono averlo perso, non è possibile. Ma non c'è, non trovo i nomi, sono stati quasi dei nonni per me e non riesco neanhe a ricordarmi come si chiamano. Che stupido stronzo ingrato che sono.

postato da: RedmondBarry alle ore 02:05 | link | commenti
categorie: ricordi, racconto
lunedì, agosto 14, 2006

// racconto zen #3


Il vecchio Satoshi era un uomo felice, aveva vissuto una lunga e fortunata vita coltivando la terra e allevando bestie e aveva imparato molto di più di quello che gli eruditi leggono sui libri.

Amava tutti i suoi nove figli e si prodigava ogni giorno per loro ma aveva una predilizione per l’ultimo nato, arrivato già in età avanzata. Il piccolo Kuro era una ragazzino silenzioso, passava le giornate ad osservare la bellezza della natura, a seguire i voli delle farfalle e le mucche al pascolo, senza mai dire una parola. Satoshi sapeva che dietro la quiete e il silenzio di Kuro si nascondeva una profondità di spirito superiore a quella dei suoi fratelli e per questo lo incoraggiava a contemplare il mondo. Spesso, mentre Kuro era attento ad osservare uno dei miracolosi dettagli della natura, il vecchio padre gli si avvicinava e faceva cadere sul grembo una perla della saggezza che la vita aveva coltivato per lui tutta la vita. Così, se Kuro osservava il ruscello farsi strada tra le pietre il padre, dopo essere stato in silenzio per lunghi minuti diceva: la pazienza dell’acqua trapassa anche le roccie. Kuro si voltava, sorrideva al vecchio genitore e riprendeva a studiare lo scorrere del ruscello.

E il vecchio Satoshi di giorno in giorno aspettava con impazienza questo momento, sentiva che il piccolo Kuro, forse l’unico fra i suoi nove figli maschi, potesse comprendere la verità e la bellezza insite in quelle brevi frasi, e il suo quieto sorriso ne erano la dimostrazione. Chi sa ascoltare bene sa vivere bene, questo dicevano i proverbi e questo faceva Kuro.

Un giorno, mentre Kuro era assorto da lungo tempo ad osservare il frenetico lavoro di un piccolo formicaio il padre gli si accostò e disse: Tanta polvere può diventare una montagna; come sempre il figlio si voltò verso il padre, sorrise e si voltò di nuovo per continuare ad osservare.

Il vecchio padre, orgoglioso e commosso, iniziò a tornare verso casa quando incontrò il suo secondogenito Jiro. –Tuo fratello Kuro ha un dono- disse al figlio –sa davvero ascoltare, si capisce dal suo sorriso-. Jiro guardò il vecchio padre e rispose –Papà, quante volte te lo devo dire, Kuro è sordo.-


postato da: RedmondBarry alle ore 13:32 | link | commenti
categorie: racconto, zen