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sabato, settembre 02, 2006

mi sono rotto le palle di splinder sono su

www.redmondb.blogspot.com

postato da: RedmondBarry alle ore 21:44 | link | commenti
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// mai più senza




E' brutto in culo, è tempestato di diamanti, costa centomila euri ma sopratutto è progettato dal noto designer Takehide Sano. Si, il noto imbecille di Quelli che il calcio... che volere di più?

postato da: RedmondBarry alle ore 18:41 | link | commenti
categorie: mai più senza
giovedì, agosto 31, 2006

// 4 this week



postato da: RedmondBarry alle ore 11:49 | link | commenti (2)
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// settembre (post frignato con voce stridula)

Ho mal di testa e l'umore nero. Giovedì mattina è iniziato come peggio non poteva iniziare. E' iniziato già morto. Finito. Non avevo nessun motivo per alzarmi dal letto, tanto quanto era disperata e frustrata la mia voglia di addormentarmi la sera prima. Ma lo spleen settembrino è iniziato con qualche giorno di anticipo e quest'anno si preannuncia molto più doloroso degli anni passati. Non imparerò mai a conviverci, non imparerò mai ad alzare la testa gonfia oltre il sudario biancastro di settembre, la sua luce spettrale del tardo pomeriggio, il buio inutilmente caldo e la sgradevole sensazione di trovarsi di fronte ad una salita escheriana: ciclica. In cima alla salita non inizia la discesa ma un'altra salita e poi un'altra. Senza soluzione di continuità. A settembre mi addormento stanco di niente e mi sveglio spossato. Perchè settembre è lontano da tutto: lontano dalla sempre delusa aspettativa estiva, dal plasticoso sollievo natalizio e dall'allergica felicità primaverile. E a settembre c'è il mio compleanno. Una volta, quando ero bambino, mi piaceva il compleanno: l'attesa dei regali, la mamma che mi svegliava con un bacio per farmi gli auguri, i compagni di classe che mi tirano le orecchie, a volte una festa con gli amici. Era bello il compleanno quando ancora volevi crescere. Adesso il compleanno è un rito imbarazzante, lo so che è cinismo retorico e vagamente à la Ian Curtis chiedersi che cosa ci sia da festeggiare se non un ulteriore deperimento delle nostre potenzialità e gioia di vivere. Tanto per fare un esempio molto prosaico l'apice del fervore sessuale un ragazzo lo raggiunge a 19 anni. 4 anni fa. Penso che sia un'approssimazione affidabile della parabola tracciata dalla felicità di una persona. A 19 anni hai finito il liceo, nessuno che ti dice di fare i compiti e ti fa la ramanzina se non hai studiato, puoi dormire fino a tardi senza falsificare la firma dei tuoi, uscire il venerdì sera e iniziare a prendere una strada davvero tua. Cazzo a 19 anni ti senti un dio! Ma a me è bastato decisamente poco perchè questa euforia svanisse. Dopo l'ennesimo sabato mattina con la testa he ti scoppia, dopo l'ennesimo senso di colpa per una lezione saltata, dopo un'altro esame rinviato. Ma sopratutto dopo aver capito che la tua strada non è sempre quella che scegli e cambiare marcia e corsia non è sempre semplice. Mi piacevo una volta, non mi piangevo addosso così. La smetto.

Listening to: Leonard Cohen (che non aiuta)

postato da: RedmondBarry alle ore 11:29 | link | commenti
categorie: racconto, lamenti
venerdì, agosto 25, 2006

//  ut

Curioso come funziona il cervello. Mi immagino il Dipartimento della memoria come il casellario di Brazil, con tanti solerti funzionari che si spostano da una sezione all'altra con lunghe scale con le ruote e cercano, ripongono, ricercano, si intrecciano e fanno casino, mischiano un ricordo con l'altro, ne buttano via qualcuno di importante e ne tengono uno totalmente insignificante. Mi vedo il mio schedario su Cinema e Musica perfettamente funzionante, oliato e indicizzato, con i migliori impiegati dell'azienda, in giacca e cravatta sempre sorridenti e atletici e pronti a reperire ogni informazione archiviata in tempi da competizione. Ci sono poi gli addetti agli impegni e alle ricorrenze fermi in mezzo al corridoio che collega le orecchie alla sezione Cose Da Fare che si chiedono come cazzo fanno ad avere un'altro foglio bianco in mano. Seduti e grassocci i lavoratori del reparto Studio e Esami Impellenti sono drammaticamente sottonumero: erano stati stati assunti molti operai altamente qualificati in questa sezione ma sono stati subito riassegnati dove c'era il vero lavoro, alla sezione Cinema e Musica e così qui sono rimasti in pochi e tutti fuori allenamento: ogni volta che c'è un lavoretto da fare sudano, sbagliano e si incasinano. E poi ci sono quelli del reparto nomi e facce, i più giovialoni, tutto il giorno a fare casino, a bere, a farsi scherzi e ad incasinare tutte le carte possibili. Così che quando c'è da associare un nome ad una faccia non si trova mai il documento giusto o quando lo trovano è talmente sporco di birra e senape che è diventato illeggibile.Simpatici, ma alla lunga fastidiosi.
E immagino che ci sia anche un'altro reparto, infilato in uno stanzino più piccolo, con le pareti coperte da una vecchia carta da parati azzurra. Non ci sono schedari nei Ricordi Infantili ma scatoloni con i bordi arrotondati e un vecchio impiegato che di tanto in tanto li apre per togliere un po' di polvere e vedere che niente sia sparito. Un lavoro tranquillo quello del vecchio, potrebbe farlo uno degli altri impiegati nei ritagli di tempo ma ormai tutti si sono affezionati a lui e così continua a lavorare qua con i suoi modi lenti e gentili anche se inizia a perdere qualche colpo. Giusto questa mattina, mentre avevo ordinato agli impiegati nei Ricordi Maniacalmente Inutili di portarmi il risultato di un Genoa-Sampdoria di qualche anno fa si presenta lui con una scatola piena di polvere, me la lascia sulla scrivania, sorride e se ne va. E' una scatola archiviata più di venti anni fa e dentro ci sono visi, voci e odori di una coppia di signori sulla sessantina, sono quelli che per i primi tre anni della mia vita sono stati i miei vice nonni. Abitavano nell'appartamento sopra mia nonna, a Sestri, e quando ancora non andavo all'asilo i miei mi lasciavano da loro prima di andare a lavorare e mi accudivano come se fossi stato il loro nipote. Doriani fino al midollo, me lo ricordo perchè in questa scatola c'è una sciarpa dell Samp, nascosta in fondo in fondo ovviamente. Davano per scontato che sarei diventato un bravo doriano mi vestivano di blucerchiato dalla testa ai piedi e mi cantaavano i cori della gradinata sud sperando in un condizionamento che operasse nel subconscio di un bambino di due anni. Che delusione gli ho dato quando, unico nella mia famiglia, ho deciso che preferivo gli altri colori e sono definitivamente diventato un tifoso genoano, tifoso del nemico. Sono più di dieci anni che non li vedo e non so neanche se sono vivi. Da quando mia nonna è morta non sono più andato a trovarli.
Guardo nella scatola, frugo in cerca di qualcosa, ci deve esere, non possono averlo perso, non è possibile. Ma non c'è, non trovo i nomi, sono stati quasi dei nonni per me e non riesco neanhe a ricordarmi come si chiamano. Che stupido stronzo ingrato che sono.

postato da: RedmondBarry alle ore 02:05 | link | commenti
categorie: ricordi, racconto
lunedì, agosto 14, 2006

// racconto zen #3


Il vecchio Satoshi era un uomo felice, aveva vissuto una lunga e fortunata vita coltivando la terra e allevando bestie e aveva imparato molto di più di quello che gli eruditi leggono sui libri.

Amava tutti i suoi nove figli e si prodigava ogni giorno per loro ma aveva una predilizione per l’ultimo nato, arrivato già in età avanzata. Il piccolo Kuro era una ragazzino silenzioso, passava le giornate ad osservare la bellezza della natura, a seguire i voli delle farfalle e le mucche al pascolo, senza mai dire una parola. Satoshi sapeva che dietro la quiete e il silenzio di Kuro si nascondeva una profondità di spirito superiore a quella dei suoi fratelli e per questo lo incoraggiava a contemplare il mondo. Spesso, mentre Kuro era attento ad osservare uno dei miracolosi dettagli della natura, il vecchio padre gli si avvicinava e faceva cadere sul grembo una perla della saggezza che la vita aveva coltivato per lui tutta la vita. Così, se Kuro osservava il ruscello farsi strada tra le pietre il padre, dopo essere stato in silenzio per lunghi minuti diceva: la pazienza dell’acqua trapassa anche le roccie. Kuro si voltava, sorrideva al vecchio genitore e riprendeva a studiare lo scorrere del ruscello.

E il vecchio Satoshi di giorno in giorno aspettava con impazienza questo momento, sentiva che il piccolo Kuro, forse l’unico fra i suoi nove figli maschi, potesse comprendere la verità e la bellezza insite in quelle brevi frasi, e il suo quieto sorriso ne erano la dimostrazione. Chi sa ascoltare bene sa vivere bene, questo dicevano i proverbi e questo faceva Kuro.

Un giorno, mentre Kuro era assorto da lungo tempo ad osservare il frenetico lavoro di un piccolo formicaio il padre gli si accostò e disse: Tanta polvere può diventare una montagna; come sempre il figlio si voltò verso il padre, sorrise e si voltò di nuovo per continuare ad osservare.

Il vecchio padre, orgoglioso e commosso, iniziò a tornare verso casa quando incontrò il suo secondogenito Jiro. –Tuo fratello Kuro ha un dono- disse al figlio –sa davvero ascoltare, si capisce dal suo sorriso-. Jiro guardò il vecchio padre e rispose –Papà, quante volte te lo devo dire, Kuro è sordo.-


postato da: RedmondBarry alle ore 13:32 | link | commenti
categorie: racconto, zen
venerdì, luglio 07, 2006

// orkney

Oggi mi sono alzato tardi e ho trascinato la mia nullafacenza sul divano. Rimango invischiato in un documentario sulle Orcadi e giurosuddio che sono stato sul punto di piangere ben più di una volta.
Ho deciso quindi che voglio prendere casa alla Orcadi in un borgo sul mare di cui non ricordo il nome. In quel paese ci sono grandi moli per navi che non arrivano più. Navi che secoli fa partivano cariche di uomini e merci per attraversare l'oceano, navi di uomini duri che partivano per la groenlandia a caccia di balene. E dietro il paese, fatto di case l'una ridosso all'altra per stare vicine al mare e scacciare il freddo della brughiera alle spalle. Case di pietra e mattoni che hanno preso il colore della nebbia, che sembrano intorpidite ma hanno occhi vigili di marinaio, occhi che sono porte verde brillante e abbaini di un azzurro come il cielo spazzato dal vento. Case arredate con i regali del mare: sull'isola gli alberi non sono mai cresciuti, le tavole, le sedie e le mensole sono legni di deriva, vecchie navi spezzate dal mare e portate in dono dal vento, asciugati per mesi al timido sole e poi lavorati come beni preziosi.
Voglio camminare per le strette vie del paese, che non hanno mai conosciuto l'asfalto e fermarmi a parlare alla penombra del pub del tempo che non non promette nulla di buono e del vecchio Lachlan che ha preso gli scogli nella rete e ha capovolto di nuovo la sua barca.
E alla sera, quando le pecore sono nell'ovile e le barche attraccate al molo, sentire levarsi dal brusio del locale quelle canzoni che parlano di gesti antichi ma anche di giovani che lasciano i campi e il mare per cercare fortuna ad Aberdeen.
E quando anche questa piccola compagnia sarà di troppo posso tirarmi la giacca a vento sopra il mento e camminare verso la brughiera. E costeggiando i muri tirati su a secco e con le mani in tasca saluterò con un cenno del capo le poche macchine che passano per la strada; continuerò a camminare fino a perdermi in quel mare verde sferzato dal vento dove pascolano rari acquerelli di pecore e manzi neri.
Ma poi dal cielo grigio si staccherà una colonna bianca, come una fabbrica di purissime nuvole. La seguirò fino alla vecchia distilleria che sembra esistere da quando l'isola è emersa dal mare. E su una panca del cortile, a riparo dal vento, mi berrò una pinta col vecchio propietario e suo figlio, che di certo non hanno fretta, e racconterò loro le ultime dal paese, di come si dica che il raccolto di avena nera sarà abbondante quest'anno e del vecchio Lachlan, che proprio non ne vuole sapere di appendere le reti per l'ultima volta.

listening to: grails - red light

postato da: RedmondBarry alle ore 14:44 | link | commenti
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martedì, luglio 04, 2006

// notti magiche

Io che son nato nel 1983 non ho mai visto L'Italia campione del mondo, in quel famoso 4-3 mia mamma aveva solo 16 anni e mio padre che era un comunista snob probabilmente non ha neanche visto la partita. Invece  il primo mondiale di cui ho dei ricordi distinti sono quelli di Italia 90, quelli delle lacrime di maradona e del "ti faccio sparato!" di Schillaci, quelli della mascotte che devo ancora decideree se è geniale o orrenda, quelli del caldo micidiale che faceva a Livorno dai nonni, quelli che in fondo non capivo bene perchè si agitassero tutti, quelli del sale dei semi di zucca sulla lingua, quelli con tutta la famiglia sul divano e la sola televisione a gettare la luce sulla faccia del nonno, teso fino allo spasimo che quando un qualsiasi giocatore si avvicinava alla porta avversaria iniziava a gridare "ecco il gol, ECCO IL GOL!" e invece non facevano mai gol. Quelli che quando finiva la partita tutti andavno sul terrazzo a prendere del fresco e io stavo ancora davanti alla tv a sbirciare colpo grosso con Umberto Smaila con un'agitazione che non comprendevo bene, quelli che quando l'Italia segnava tutta la città gridava all'unisono "goooooooooool" o almeno così me lo immaginavo io, quelli dei compiti delle elementari quando ho scritto un lungo pensierino su un bambino di nome paguro prima di capire che paguro non era un bambino ma un granchietto, quelli dell'acqua e menta gelata, quelli di notti magiche cantata a squarciagola che quando la sento ora mi vene nostalgia, quelli di mia nonna prima che la malttia incominciasse a sbiadirla, quelli che mia mamma era incinta e io che volevo un fratellino, non una sorellina. Quelli di una sacco di altre piccole cose che non torneranno più.


listen to: midlake - the trials of van occupanther

postato da: RedmondBarry alle ore 17:04 | link | commenti (1)
categorie: italia, ricordi, germania, mondiali

// good morning, captain

...e proprio quando credi di avere un discreto spessore ti accorgi che non butti ombra neanche in questa arrembante luce umidiccia di luglio. Mi guardo sotto i piedi, forse per uno strano effetto ottico si è rifugiata li sotto, ma l'asfalto non cambia tonalità. Niente ombra. Eppure io un'ombra ce l'avevo, che io mi ricordi stava sempre attaccata ai miei piedi, e dunque che fine ha fatto? Esaminando qui su due piedi e sotto il solleone il problema inizio a scartare ipotesi. Di certo un fantasma non lo sono: solo un minuto fa sono stato fermato da un ragazzo in aria di illuminato proselitismo che voleva convincermi che il partito marxista leninista è il futuro. Ora, nonostante fosse vestito come un becchino di inizio novecento, non credo che i membri del partito abbiano la facoltà di parlare con i trapassati (e a ben pensarci questo è un punto a favore dell'essere morti) e quindi ne deduco che un minuto fa ero vivo. E tutto sommato direi di esserlo anche adesso perchè non credo che i fantasmi abbiano le ascelle così severamente pezzate.
Cos'altro? i vampiri non hanno ombra credo, o era il riflesso? Forse ci sono due scuole di pensiero su questo na direi che tutte due convergono sul fatto che i vampiri non amano particolarmente la luce del sole quindi se fossi un vampiro adesso sarei polverizzato alla stragrande. Resta un'altima opzione, quello che hanno fatto Peter Schlemihl e Robert Johnson, vendere la mia anima leggera al diavolo. Solo che a) non mi sembra di aver firmato nessun contratto col sangue ultimamente e b) non ho acquisito nessuna straordinaria fortuna o abilità, e nonostante la mia capacità di perdere tempo possa apparire ai più stupefacente devo ammette che non è frutto del demonio ma di una costante applicazione quotidiana.
E allora? Che fine ha fatto la mia ombra? Forse a pensarci bene un'idea me la sono pure fatta, ma è piccola e squallida, così piccola e squallida che andrò a cercare un bar con un tavolo all'ombra e ordinerò un birra gelata.

listening to: slint - spiderland

postato da: RedmondBarry alle ore 15:55 | link | commenti (2)
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