

Il vecchio Satoshi era un uomo felice, aveva vissuto una lunga e fortunata vita coltivando la terra e allevando bestie e aveva imparato molto di più di quello che gli eruditi leggono sui libri.
Amava tutti i suoi nove figli e si prodigava ogni giorno per loro ma aveva una predilizione per l’ultimo nato, arrivato già in età avanzata. Il piccolo Kuro era una ragazzino silenzioso, passava le giornate ad osservare la bellezza della natura, a seguire i voli delle farfalle e le mucche al pascolo, senza mai dire una parola. Satoshi sapeva che dietro la quiete e il silenzio di Kuro si nascondeva una profondità di spirito superiore a quella dei suoi fratelli e per questo lo incoraggiava a contemplare il mondo. Spesso, mentre Kuro era attento ad osservare uno dei miracolosi dettagli della natura, il vecchio padre gli si avvicinava e faceva cadere sul grembo una perla della saggezza che la vita aveva coltivato per lui tutta la vita. Così, se Kuro osservava il ruscello farsi strada tra le pietre il padre, dopo essere stato in silenzio per lunghi minuti diceva: la pazienza dell’acqua trapassa anche le roccie. Kuro si voltava, sorrideva al vecchio genitore e riprendeva a studiare lo scorrere del ruscello.
E il vecchio Satoshi di giorno in giorno aspettava con impazienza questo momento, sentiva che il piccolo Kuro, forse l’unico fra i suoi nove figli maschi, potesse comprendere la verità e la bellezza insite in quelle brevi frasi, e il suo quieto sorriso ne erano la dimostrazione. Chi sa ascoltare bene sa vivere bene, questo dicevano i proverbi e questo faceva Kuro.
Un giorno, mentre Kuro era assorto da lungo tempo ad osservare il frenetico lavoro di un piccolo formicaio il padre gli si accostò e disse: Tanta polvere può diventare una montagna; come sempre il figlio si voltò verso il padre, sorrise e si voltò di nuovo per continuare ad osservare.
Il vecchio padre, orgoglioso e commosso, iniziò a tornare verso casa quando incontrò il suo secondogenito Jiro. –Tuo fratello Kuro ha un dono- disse al figlio –sa davvero ascoltare, si capisce dal suo sorriso-. Jiro guardò il vecchio padre e rispose –Papà, quante volte te lo devo dire, Kuro è sordo.-
Oggi mi sono alzato tardi e ho trascinato la mia nullafacenza sul divano. Rimango invischiato in un documentario sulle Orcadi e giurosuddio che sono stato sul punto di piangere ben più di una volta.
Io che son nato nel 1983 non ho mai visto L'Italia campione del mondo, in quel famoso 4-3 mia mamma aveva solo 16 anni e mio padre che era un comunista snob probabilmente non ha neanche visto la partita. Invece il primo mondiale di cui ho dei ricordi distinti sono quelli di Italia 90, quelli delle lacrime di maradona e del "ti faccio sparato!" di Schillaci, quelli della mascotte che devo ancora decideree se è geniale o orrenda, quelli del caldo micidiale che faceva a Livorno dai nonni, quelli che in fondo non capivo bene perchè si agitassero tutti, quelli del sale dei semi di zucca sulla lingua, quelli con tutta la famiglia sul divano e la sola televisione a gettare la luce sulla faccia del nonno, teso fino allo spasimo che quando un qualsiasi giocatore si avvicinava alla porta avversaria iniziava a gridare "ecco il gol, ECCO IL GOL!" e invece non facevano mai gol. Quelli che quando finiva la partita tutti andavno sul terrazzo a prendere del fresco e io stavo ancora davanti alla tv a sbirciare colpo grosso con Umberto Smaila con un'agitazione che non comprendevo bene, quelli che quando l'Italia segnava tutta la città gridava all'unisono "goooooooooool" o almeno così me lo immaginavo io, quelli dei compiti delle elementari quando ho scritto un lungo pensierino su un bambino di nome paguro prima di capire che paguro non era un bambino ma un granchietto, quelli dell'acqua e menta gelata, quelli di notti magiche cantata a squarciagola che quando la sento ora mi vene nostalgia, quelli di mia nonna prima che la malttia incominciasse a sbiadirla, quelli che mia mamma era incinta e io che volevo un fratellino, non una sorellina. Quelli di una sacco di altre piccole cose che non torneranno più.
...e proprio quando credi di avere un discreto spessore ti accorgi che non butti ombra neanche in questa arrembante luce umidiccia di luglio. Mi guardo sotto i piedi, forse per uno strano effetto ottico si è rifugiata li sotto, ma l'asfalto non cambia tonalità. Niente ombra. Eppure io un'ombra ce l'avevo, che io mi ricordi stava sempre attaccata ai miei piedi, e dunque che fine ha fatto? Esaminando qui su due piedi e sotto il solleone il problema inizio a scartare ipotesi. Di certo un fantasma non lo sono: solo un minuto fa sono stato fermato da un ragazzo in aria di illuminato proselitismo che voleva convincermi che il partito marxista leninista è il futuro. Ora, nonostante fosse vestito come un becchino di inizio novecento, non credo che i membri del partito abbiano la facoltà di parlare con i trapassati (e a ben pensarci questo è un punto a favore dell'essere morti) e quindi ne deduco che un minuto fa ero vivo. E tutto sommato direi di esserlo anche adesso perchè non credo che i fantasmi abbiano le ascelle così severamente pezzate.